Agatae

Ho scoperto che mi piace Agatae, il personaggio che sarebbe vissuto a Catania nel III secolo d.C., modello di femminismo ante-litteram: si sarebbe negata a un potente che la pretendeva solo per i suoi possedimenti o per il suo corpo. Ha detto no, e a caro prezzo, a quel potere che è usurpazione, violenza, sopruso, che oggi assume tantissime forme diverse: in primo luogo quelle contro tutto ciò che esula dal paradigma di superiorità uomo-bianco-ricco-occidentale-eterosessuale, possibilmente in giacca e cravatta, zainetto alle spalle, vuoto dentro.

Mi ha un po’ commosso la sua storia, quasi inorgoglito di essere donna, e ce ne vuole.

E’ molto probabile che con il culto abbia ben poco a che fare, storia e mito sono troppo aggrovigliati, ma mi piace credere che sia esistita una donna che in un’epoca molto difficile sia emersa con coraggio per non rinnegare se stessa.

In questo senso, a maggior ragione ora e sempre, andrebbe ricordata.

Annunci

Jeliza-Rose

Tideland è un piccolo gioiellino, un po’ pungente ma davvero bello: di quela bellezzache scuote e turba, che ti si insinua dentro e non t’abbandona fin quando non l’hai metabolizzata, assorbita e dimenticata. Perché è a questo che sono destinate le cose belle.

La protagonista ci conduce nel suo mondo fatto di realtà dolorosa e invenzione salvifica, a tratti sinceramente disturbante, sempre crudo, come è il mondo dei bambini; non esistono contorni netti e logiche totalizzanti degli adulti, ma solo emozioni forti e desideri dirompenti.

Jeliza-Rose è una ragazzina dolcissima, ai limiti della tollerabilità, soffriamo per lei, ma la stimiamo per la sua forza di costruirsi un mondo quando quello intorno è inevitabilmente crollato: il gioco è una salvezza, la solitudine strumento di contatto con un altro individuo “interrotto”, Dickens, con cui prima sarà amica, poi “sposa” in uno scenario immaginario fatto di innocente com-unione in cui entrambi sono creatori e soggetti.

Cercano salvezza entrambi in questo mondo, ma per Dickens non c’è possibilità, e la paura pende possesso di ogni fantasia di liberazione: cede così alla tentazione del suo segreto, la dinamite, per porre fine a tutto, in un delirio di onnipotenza mette in atto la sua fine del mondo.

Per Jeliza-Rose è forse un nuovo inizio, l’inizio di un nuovo racconto cui aggrapparsi.

Un Agosto lento e inutile, tra Venetian Snares e Branduardi trovo un sollievo malinconico in cui indugiare .

Che sia inutile è abbastanza comprensibile, ma è anche un po’ str**zo come mese, o ti diverti e quindi poi soffri di depressione post-divertimento o non ti diverti e soffri ugualmente di depressione; la gente è più nervosa, incline a sbroccare, incline all’arroganza e all’egocentrismo. Ci vorrebbe una doccia fredda per l’intero pianeta, in tutti i sensi.

La sua lentezza è pure complice in questo, troppo lungo il giorno per non pensare.

L’altro giorno ho letto un articolo sul fatto che la vera cultura non esiste, oggi ho visto un post sulla felicità: cosa è più terribile, che non esista quella o che non esista questa? Forse le cose sono collegate, chissà.

Dove vanno i bei pensieri?

Una volta fatti, si fanno sempre più rarefatti, evaporano inconsistenti; poi vengono risucchiati da un buco nero interno, riassorbiti da quelli brutti, fin quando non vomitiamo l’anima e con essa tutti loro.

Non lasciano nulla, come se non fossero mai stati. E tuttavia ne nascono di nuovi, per morire subito.

Se non fosse così, non vivremmo. Forse.

O forse sopravviveremmo soltanto.

Ma chi dice che sia un male sopravvivere? Si vive benissimo anche sopravvivendo.

Dell’età e di altre convenzioni

A parte che non è carino chiedere a una donna l’età, ma poi perché attenersi sempre e comunque a quel dettato sociale del tutto e subito, come se la vita fosse una lista di cose di quest a tempo, guardano con compassione chi devia dal percorso. Già il tempo, tiranno malefico.

Ma noi viventi non abbiamo tempo, siamo piuttosto tempo, come dice il mio professore. E ciascuno lo è in modo diverso.

Il profumo del mughetto non mi basta

Il profumo del mughetto non mi basta

Da introversa mi sento sempre a disagio nelle occasioni sociali, ma queste puntualmente mi lasciano un senso di amarezza difficile da contenere. Sarà anche una spiccata nota di misantropia, legittima o adolescenziale e originata da quei conflitti irrisolti che ci si porta dietro, ma dopo rimane soltanto il fumo di un’ipocrisia neanche troppo velata, il sapore di legami a breve scadenza che nascono dall’utile personale e a esso ritornano deviando solo in apparenza verso l’altro. Rimangono solo le parole che opprimono la testa e gonfiano l’ego di chi le pronuncia in un teatrino ogni volta uguale.

Abbiamo raccolto dei fiori, e adesso l’idea che ricordino qualcosa di mediocre accresce il senso di colpa per averli strappati.